Arcadia … tutta da dipingere

Il mito di Arcadia, con i suoi ambienti fantastici e i suoi paesaggi campestri, divenne per alcuni secoli il soggetto prediletto di un folto gruppo di artisti, che tra la fine del XVI secolo e il XIX secolo, diedero vita ad opere che rappresentano e fanno immaginare, ancora oggi, luoghi favolosi e surreali.

Felice Arcadia, Kostanin Makovsky (1838 – 1915), 1890; collezione privata
Felice Arcadia, Kostanin Makovsky (1838 – 1915), 1890; collezione privata

La raffigurazione di tale tematica nasce come reazione allo stile artificioso e “innaturale” del Barocco, considerato fin da subito eccessivo e ridondante.

Fin dal principio “realtà e fantasia”, così come “natura e storia” diventarono le qualità principali di questa nuova espressione artistica, in cui l’Arcadia, intesa come emblema della vita pastorale e un universo pacifico e idealizzato, diventò il luogo in cui si concretizzò ciò che la mitologia descriveva come l’Età dell’oro.

Arcadia. L’età dell’oro, Frans Francken II, Ambrosius Francken II, Hans Jordaens III, Abraham Govaerts e Alexander Keirinckx, 1620 - 1630 (ca)
Arcadia. L’età dell’oro,
Frans Francken II, Ambrosius Francken II, Hans Jordaens III, Abraham Govaerts e Alexander Keirinckx,
1620 – 1630 (ca)

Gli artisti decisero di realizzare i propri lavori facendo riferimento all’arte classica, ovvero quella degli antichi greci e romani, portatori di valori quali l’armonia, l’equilibrio, la proporzione e la compostezza. Dal punto di vista tematico, gli autori si ispirarono principalmente ai personaggi mitologici e agli dei della classicità, inserendoli in molteplici scenari favolosi, a volte includendo rovine antiche e paesaggi pittoreschi.

Il mito di Arcadia e delle sue ambientazioni bucoliche, divenne il soggetto attraverso il quale si poteva tornare a ciò che veniva considerato “puro e semplice”. A ciò contribuirono, inoltre, due correnti artistiche che ponevano la classicità e la storia antica come raffigurazione di questa autenticità primordiale: il Romanticismo e il Neoclassicismo (XVIII – XIX sec.).

Dream of Arcadia, Thomas Cole (1801 – 1848), 1838 (ca); Denver (Colorado), Denver Art Museum
Dream of Arcadia, Thomas Cole (1801 – 1848), 1838 (ca);
Denver (Colorado), Denver Art Museum

In questa sorta di sfida tra l’arte greca e l’arte romana, ne esce vincitrice quella greca, portatrice di una bellezza “ideale”, esemplificata dalle opere di Fidia, Policleto, Mirone, Prassitele e Lisippo (solo per citarne alcuni), i quali furono ispirati da quella “nobile semplicità e calma grandezza” tanto esaltata da Winckelmann (1755, Considerazioni sull’imitazione delle opere greche nella pittura e nella scultura; Storia dell’arte nell’antichità, 1763).

L’ideale di Arcadia divenne il contesto legittimo in cui si poterono sviluppare molteplici topos letterari, uno tra questi è quello esoterico. Le ambientazioni arcadiche diventarono il luogo in cui la morte è onnipresente e dove l’uomo, dopo aver goduto dei piaceri della vita, vi trova il riposo eterno. In modo particolare, è presente in alcune opere una frase che racchiude questi significati, ovvero Et in Arcadia Ego (lett. “Anche io in Arcadia”, ma intesa anche come “Anche io sono stato in Arcadia”), una sorta di memento mori pronunciato, a seconda dell’interpretazione, dalla Morte stessa o dalla persona defunta. Ne sono un esempio l’opera del Guercino e quella di poco successiva di Nicolas Puossin, raffiguranti paesaggi bucolici in cui dei pastori sono intenti ad osservare una tomba con questa iscrizione.

Et in Arcadia Ego, Guercino (1591 – 1666), 1618 (ca); collezione Sciarra Colonna
Et in Arcadia Ego, Guercino (1591 – 1666), 1618 (ca); collezione Sciarra Colonna

In questo modo, la tomba o il sepolcro divennero una rappresentazione esoterica del contrasto tra l’ombra della morte e l’idilliaca quiete dell’Arcadia.

Pastori dell’Arcadia, Nicolas Poussin (1594 - 1665), 1640 (ca); Parigi, Museo del Louvre
Pastori dell’Arcadia, Nicolas Poussin (1594 – 1665), 1640 (ca);
Parigi, Museo del Louvre

Anche in Italia ci fu, tra il ‘600 e il ‘700, un ritorno ad un “naturale buon gusto” che si concretizzò grazie ai frequentatori della cerchia della ex-regina di Svezia Cristina, la quale, dopo la sua abdicazione decise di trasferirsi in Italia, facendo diventare il suo salotto il centro della mondanità e della cultura romana, anche dopo la sua morte. Nel 1690, infatti, alcuni artisti facenti parte del circolo fondarono l’Accademia dell’Arcadia, con atteggiamenti e interessi di avanguardia e controriformisti.

Lo spirito dell’accademia era quello di omaggiare Cristina di Svezia e tutti gli ideali di cui fu portatrice, ovvero la semplicità, l’essenzialità e l’eleganza. Il nome “Arcadia” fu scelto riprendendo l’omonima regione della Grecia classica, abitata dai mitici pastori-poeti ed il nome delle cariche, delle sedi e di tutti gli artisti coinvolti verranno ripresi dai vocaboli antichi.

Tra gli artisti dell’Arcadia ricordiamo soprattutto Gravina, Crescimbeni, Paolo Rolli, Jacopo Vittorelli, Ludovico Savioli e Pietro Metastasio, annoverando anche prelati come il cardinale Albani e artisti del calibro di Bernini e Bellori.

Alcuni di essi erano soliti farsi rappresentare come personaggi epici inseriti in selve e panorami pastorali; ne è un esempio il poeta Carlo Innocenzo Frugoni che nel 1763 si fece raffigurare dal pittore Pietro Melchiorre Ferari, circondato da ninfe e satiri, sulle rive del fiume Alfeo.

Frugoni in Arcadia, Pietro Melchiorre Ferrari (1735 – 1787), 1763; Parma, Galleria Nazionale
Frugoni in Arcadia, Pietro Melchiorre Ferrari (1735 – 1787), 1763;
Parma, Galleria Nazionale

Arcadia non venne considerato solo come un luogo ideale e irreale, ma come un posto fantastico a cui aspirare a vivere la propria esistenza, in armonia con l’immagine mitica e paradisiaca che essa porta con sé.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: