Il mito d’Arcadia nella letteratura

Giorgione, La tempesta, 1506-1508

Sogliono il più delle volte gli alti e spaziosi alberi negli orridi monti dalla natura produtti, più che coltivate piante da dotte mani expurgate negli adorni giardini, a’ riguardanti aggradare; e molto più per i soli boschi i selvatichi ucelli, sovra i verdi rami cantando, a chi gli ascolta piacere, che per le piene cittadi, dentro le vezzose e ornate gabbie, non piacciono gli ammaestrati”

Inizia con questi versi l’Arcadia di Jacopo Sannazaro.

È l’eterno quanto affascinante mito dell’Arcadia: un mondo in cui l’uomo vive in armonia con la natura, immerso nei bucolici paesaggi silvestri; uno dei più importanti luoghi di fuga immaginari di chi era, ed è ancora oggi, stanco della cultura e della civiltà.

 

L’Arcadia indica lo stadio intermedio, pastorale, armonicamente conciliante, di quello precedente dell’animalità e quello successivo del predominio della ragione, così come espresso da Rousseau, riportato nelle righe di Wehle.

Il suggestivo mondo arcadico è reso quasi mitologico dall’attenzione dedicatagli da poeti, scrittori, narratori e drammaturghi che nel corso dei secoli da esso hanno tratto linfa vitale per le loro opere. L’Arcadia, regione storica della Grecia, collocata nella penisola del Peloponneso, è stata elevata nel corso della storia della letteratura a topos letterario. Secondo la mitologia greca era la deserta e vergine casa di Pan, dio delle montagne e della vita agreste.

L’Arcadia è rimasta un soggetto artistico sin dall’antichità, sia nelle arti visuali, sia in letteratura. Al siracusano Teocrito e al latino Virgilio si deve riconoscere il merito di aver infuso nuovo vigore al genere bucolico. La poesia bucolica di Teocrito si ritrova nei suoi Idilli: componimenti di estensione relativamente breve e ambientazione arcadica. La sua Arcadia è in Sicilia, tra le fertili aree alle pendici dell’Etna, le zone palustri e fluviali e le spiagge pietrose. Protagonisti sono pastori, pescatori, mietitori. Più propriamente mitologici sono protagonisti quali ninfe, ciclopi e divinità agresti, tra cui Artemide e lo stesso Pan. Gli scenari, i paesaggi e le ambientazioni sono appunto idilliaci, capaci di infondere armonia e bellezza all’animo dei lettori. Si concretizza de facto uno degli intenti principali della poesia bucolica: infondere serenità attraverso l’evasione in un mondo idilliaco e di bellezze naturali. L’Arcadia è anche il locus amoenus dei pastori virgiliani delle Bucoliche. Carico di significati metaforici, è un luogo di riparo, un luogo dove vivere e cantare l’amore, anche deluso, ed è il luogo della civiltà contrapposta alla barbarie. È un simbolo di felicità, un’immagine reale ma intatta della realtà, immobile nello spazio e nel tempo, dove nulla si trasforma.

La poesia pastorale, l’idillio bucolico e il mito del locus amoenus non si esaurirono, ma conservarono intatto, durante i secoli, tutto il loro fascino.

Una trasfigurazione della realtà in chiave mitica, idilliaca, la ritroviamo in Poliziano. Tra il 1475 e il 1478 compose Le Stanze, dedicate a Giuliano de Medici, fratello di Lorenzo. Sono presenti i topoi del locus amoenus e dell’età dell’oro. I personaggi e i fatti narrati sono riportati in chiave mitologica. La maestria di Poliziano nella trattazione degli argomenti mitologici si ritrova, inoltre, nella Fabula di Orfeo. Di datazione incerta, composta probabilmente lontano da Firenze, è la prima opera di teatro ad affrontare una tematica pagana, mitologica: le vicende di Orfeo ed Euridice.

Con l’Arcadia di Jacopo Sannazaro assistiamo alla lettura in chiave autonoma della tematica pastorale. Nulla lasciava presagire che quest’Arcadia sarebbe divenuta, per numero di edizioni e ristampe, il best seller del Cinquecento. L’opera in cui si alternano prosa e versi, narra la storia di Sincero, che abbandonata la natia Napoli in seguito ad una delusione amorosa, si rifugia in Arcadia. È la storia di un viaggio, è la descrizione di paesaggi, costumi, popoli, remoti e fantastici effettuata da un narratore che afferma di averli osservati di persona. E come ogni viaggio letterario, è anche la storia di una maturazione: il protagonista tornerà mutato dall’esperienza arcadica.

L’influenza di Sannazaro e del mito d’Arcadia trovarono terreno fertile anche fuori dai confini italiani, nell’opera di uno dei maggiori poeti della letteratura spagnola: Garcilaso de la Vega. Egli farà suo il mondo di Arcadia, in cui suoni, colori, paesaggi e atmosfere invitano a riflettere anche attraverso i sentimenti. Composto tra il 1583 e il 1587, pubblicato nel 1589 e rappresentato a Padova per la prima volta nel 1590 è il Pastor fido di Gian Battista Guarini. Come indicato dallo stesso compositore con le parole «la scena è in Arcadia». Il merito di Guarini è senza dubbio quello di ridare vita nelle sue forme nobili e semplici alla favola pastorale. Elegantissimo gioco poetico è l’Aminta, la favola pastorale che piacque sempre soprattutto ai raffinati, del sorrentino Torquato Tasso. L’opera ha un tono piuttosto lirico che drammatico e fa l’elogio dell’età dell’oro, quando l’uomo viveva in contatto con la natura, libero dagli impacci di una morale convenzionale creata dalla cosiddetta civiltà.

Le superbe personalità di autori quali Garcilaso de la Vega, Guarini e Tasso e le loro rispettive opere indicano la modernità e la continua attualità dei temi dell’antica poesia pastorale e del sempiterno mito arcadico.

La seconda metà del XVI secolo è caratterizzata da due opere in cui il modo fiabesco e il sogno idilliaco trovano propria dimensione: The countess of Pembroke’s Arcadia di Sir Philip Sidney e A midsummer night’s dream di William Shakespeare. L’Arcadia, di gran lunga il lavoro più ambizioso di Sidney. L’opera è una versione altamente idealizzata della vita pastorale che si collega con storie di tornei, slealtà politica, rapimenti, battaglie e violenza. A midsummer night’s dream è fusione del mondo delle fate e di quello quotidiano nella cornice di una visione cavalleresca del mondo classico.

I luoghi ameni e gli scenari idilliaci dell’Arcadia riaffiorano tra le righe dell’Arcadia in Brenta di Giovanni Sagredo. Nelle otto giornate che la lieta brigata di nobili veneziani trascorre tra le ville palladiane, i giardini, le peschiere, i luoghi ameni di quella dorata Arcadia, la narrazione è solo pretesto di conversazione per sbandire la melanconia con facezie, motti di spirito, proverbi, barzellette; mentre i bischizzi, cioè i giochi di parole fatti in società, denunciano la crisi della parola barocca, ormai demistificata e ridotta a uso ludico conversativo. L’Arcadia in Brenta diventò ben presto un best seller della letteratura d’intrattenimento.

Nell’ultimo quarto del XVII secolo si colloca la nascita dell’Accademia d’Arcadia. Quest’ultima fu fondata nell’ottobre del 1690, a Roma, da un gruppo di letterati vicini al circolo letterario costituito dalla regina Cristina di Svezia, stabilitasi nell’Urbe dopo aver abdicato e convertitasi al cattolicesimo. Il ritorno alla classicità e alle memorie patrie, con un forte spirito di anti barocchismo, ha le misure dell’Arcadia e di quella che può essere definita la sua riforma delle lettere. Come scritto da Crescimbeni nel 1708, nell’autobiografia dell’Accademia, questa prendeva il nome dalla mitica regione della Grecia, culla della poesia pastorale e si proponeva di restaurare il buon gusto imitando il costume dei pastori e componendo intorno ad argomenti bucolici: amori semplici nel quadro di una natura serena, allietata dalla bellezza di alberi e fiumi. I poeti assunsero nomi fittizi di pastori e protagonisti delle opere bucoliche greche e latine. La vita all’interno dell’Accademia era una metafora del mondo arcadico. Simbolo dell’accademia era la siringa di Pan. Istituzione moderata fu, del resto, l’Arcadia con la sua aspirazione a un rinnovamento morale (cioè religioso), con la ripresa della tradizione, del primato intellettuale italiano, e con il tentativo di fondare una cultura nazionale. Non riformatrice ma ordinatrice l’Arcadia insegnò la disciplina letteraria, infuse amore per le ricerche storiche e filologiche, per l’erudizione. Ma lo spirito della riforma arcadica non toccò soltanto la lirica col suo richiamo ai modelli cinquecenteschi e al Petrarca, esso raggiunse tutti i generi letterari che cominciarono a essere riformati: lingua, tragedia, commedia, melodramma.

Ancora nei nostri giorni gli autori hanno dato spazio al mito arcadico. È il caso del drammaturgo, sceneggiatore, regista e scrittore britannico, di origine cecoslovacca, Tom Stoppard. La sua Arcadia è un dramma intellettuale scritto nel 1993. Il mondo fantastico dell’Arcadia affascina i lettori dello scrittore italiano Pierdomenico Baccalario con l’Ulysses Moore, una serie di romanzi fantasy. L’autore finge di aver ritrovato i manoscritti della saga in un baule e di aver comunicato il ritrovamento alla casa editrice Il battello a vapore, che si sarebbe occupata della traduzione, il testo era, infatti, scritto in codice, e pubblicato i libri. Per questa ragione ha firmato i volumi della serie utilizzando come pseudonimo lo stesso nome del protagonista.

Il mondo idilliaco e sognante dell’Arcadia, le atmosfere magiche delle ninfe e dei satiri, i paesaggi mitologici dei centauri, dei sileni, delle oreidi e driadi, rappresentano un sicuro rifugio per chiunque, stanco della logorante vita della nostra epoca globalizzata, cerca un rifugio sicuro. Addentrarsi, attraverso versi e prosa, nelle bucoliche selve d’Arcadia è come varcare le soglia di un mondo paradisiaco di ineffabile bellezza che conserva intatto il suo poetico splendore. I versi che cantano l’Arcadia, il sogno idilliaco e l’immaginazione bucolica sembrano essere celebrazione e al tempo stesso rimpianto nostalgico del rapporto intimo dell’uomo con la natura, a dispetto, quasi, di tutte le comodità e privilegi della vita civilizzata e urbanizzata.

Per ritrovare felicità e armonia l’uomo deve ritornare al sublime mondo dell’Arcadia, quello della poesia bucolica, delle ninfe e dei pastori e del contatto totale con la natura. Un mondo celebrato e innalzato alle glorie dagli scrittori di ogni tempo, che l’uomo civilizzato anela di riscoprire.

 

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